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Come si valuta il rischio di uno strumento di investimento? Il parametro che molti trascurano

📅 20 Agosto 2026✍️ di Davide Ghetti⏱️ 6 min di lettura

Quando valuto un investimento non parto mai dalla promessa di rendimento. La prima domanda che mi faccio è: se domani ho bisogno di uscire, a che prezzo riesco a farlo e quanto mi costa? È il filtro che mi ha salvato più volte, affinato negli anni in cui dividevo appartamenti a Roma, stringevo i conti e, nel frattempo, investivo per passione. Nel mio piccolo gruppo di baratto e scambio servizi tra giovani ho imparato che il vero potere sta nella possibilità di scegliere quando e come muoversi: negli investimenti questa possibilità si chiama liquidità.

Il parametro dimenticato: la liquidità

Molti leggono schede prodotto, guardano la volatilità storica o un punteggio di rischio sintetico e si fermano lì. Ma la volatilità misura quanto balla il prezzo; la liquidità ti dice quanto ti costa davvero entrare e uscire. Sono due mondi diversi. Ho visto portafogli “tranquilli” affogare non per i ribassi, ma perché il giorno dell’uscita mancavano controparti o il prezzo effettivo di esecuzione era lontano dal teorico.

Liquidità, in pratica, è la facilità con cui puoi convertire lo strumento in denaro senza spostarne troppo il prezzo. Per capirla non basta il volume giornaliero preso da un sito: serve osservare lo spread denaro-lettera, la profondità del book, la stabilità delle quotazioni nelle diverse fasce orarie e, per i fondi, eventuali meccanismi di swing pricing o limiti alle richieste di rimborso.

La finanza ama riassumere il rischio in un numero, dal Value at Risk alla deviazione standard. Utile, certo. Ma quei numeri spesso non includono il costo di smobilizzo nei momenti scomodi, proprio quando serve. È lì che la liquidità diventa il parametro decisivo e troppo spesso trascurato.

Il mio caso recente: quando lo spread si mangia il rendimento

Mi è capitato poche settimane fa con un ETF tematico sulle small cap “verdi”. Ero in guadagno a doppia cifra, decido di alleggerire. Il book, però, era magro: due livelli in acquisto, spread oltre lo 0,9%, volumi sottili perché stavo operando a metà giornata estiva, con gli americani ancora a letto.

Faccio un ordine a limite “furbo”, ma per eseguire la taglia ho dovuto inseguire il prezzo in tre tranche. Risultato: tra spread e slippage ho lasciato sul campo circa l’1,4% in un colpo solo. Un costo invisibile nelle brochure, ma fin troppo reale sul mio estratto conto. La lezione è stata la solita: quando la liquidità è scarsa, il timing e la dimensione dell’ordine contano più della view sul tema.

Come misuro la liquidità in 10 minuti

Ho una checklist rapida che mi porto dietro, utile sia per ETF e azioni sia, con adattamenti, per obbligazioni e fondi:

  • Spread percentuale: sotto lo 0,15% è ottimo per ETF core; oltre lo 0,5% serve prudenza. Sugli strumenti tematici accetto un po’ di più, ma mi preparo a scaglionare.
  • Volumi medi 30 giorni vs. tua taglia: se la tua vendita è oltre il 10-15% dei volumi orari tipici, scagliona in più giorni.
  • Profondità del book a 5 livelli: cerco continuità di quantità in acquisto. Se il book è “vuoto”, il prezzo si buca facile.
  • Orario e sede: alcuni ETF hanno il market maker attivo solo in certe fasce. Evito aperture e chiusure turbolente; se il sottostante è USA, preferisco operare quando Wall Street è aperta.
  • AUM e presenza di market maker: per gli ETF sotto i 50-100 milioni di masse, gli spread tendono a essere più larghi.
  • Per i fondi: verifico se c’è swing pricing, tempi di regolamento e la presenza di eventuali “gating” in condizioni straordinarie.
  • Per le obbligazioni: controllo taglio minimo (1.000 vs 100.000), eventuale quotazione su MOT/EuroTLX e se il dealer fa davvero prezzo in size, non solo su pezzi simbolici.
  • Eventi e calendario: trimestrali, aste, scadenze di future possono allargare o ridurre gli spread in modo temporaneo.

Strumenti diversi, rischi di uscita diversi

ETF e azioni quotate hanno il vantaggio della trasparenza in tempo reale, ma non sono tutti uguali. Un ETF su large cap europee spesso è liquido anche con ordini corposi; un tematico su nicchie emergenti può “sparire” quando serve. Qui il ruolo del market maker è fondamentale: chiedete alla vostra banca se è attivo e in quali orari.

Nei fondi comuni UCITS il prezzo è unico a fine giornata, ma esistono leve di protezione come lo swing pricing: utile per tutelare i rimanenti sottoscrittori, ma può tradursi in un prezzo di uscita meno favorevole nei momenti di stress. In casi estremi, i gestori possono applicare limiti temporanei ai rimborsi. Non è comune, ma è bene sapere che può succedere.

Le obbligazioni corporate, specie OTC e con tagli minimi elevati, spesso mostrano un bello spread “di facciata” su piattaforma, salvo poi rivelare che in size si paga molto di più. Un lettore mi ha scritto di un bond high yield con spread pubblicato allo 0,6%, ma l’unico dealer disponibile gli quotava -2,2% per uscire su 200mila euro. La carta era “teoricamente scambiata”, ma la realtà era un’altra.

Nei prestiti tra privati e nel crowdfunding immobiliare, il rischio di liquidità è strutturale: o c’è un mercato secondario oppure si resta fino a scadenza, punto. Qui non basta l’ottimismo: bisogna pianificare importi e orizzonte come se si immobilizzasse il capitale. Sulle crypto, infine, non fatevi ingannare dai volumi: la liquidità è buona finché il mercato è normale; quando scattano ribassi violenti o problemi di exchange, il prezzo “teorico” diventa un miraggio.

Ricordo anche che gli intermediari sono tenuti a informare sul profilo di rischio e sull’appropriatezza degli strumenti secondo MiFID II. Utile, ma non sostituisce il nostro controllo operativo sulla liquidità reale.

Errori tipici da evitare

  • Confondere volumi con liquidità: tanto scambio non significa esecuzioni in size senza impatto.
  • Usare ordini “a mercato” in strumenti sottili: il book si buca e il prezzo scappa.
  • Ignorare l’orologio: comprare/vendere fuori dalle finestre di massima liquidità aumenta lo spread.
  • Dimenticare i costi di uscita: commissioni, imposta e, su fondi, eventuale swing o commissioni di rimborso.
  • Sovrastimare la propria urgenza: se sai già che ti serviranno i soldi tra 6 mesi, non bloccarli in strumenti a liquidità incerta.

Cosa fare da subito

Prima di ogni acquisto, aggiungi al tuo foglio di calcolo tre colonne: spread medio, volumi/tuo ordine, note sulla profondità del book. Saranno i numeri che guarderai nei giorni “no”.

Testa in piccolo: prima di caricare una posizione importante, esegui un “micro trade” per vedere come si comporta lo strumento. Se per smuovere 1.000 euro fai fatica, immagina 50.000.

Pianifica le uscite: su strumenti più sottili, prevedi finestre di vendita scaglionate e usa ordini a limite pazienti. Meglio accettare di non prendere l’ultimo centesimo che regalare punti percentuali allo spread.

Costruisci un cuscinetto: tieni una quota del portafoglio in strumenti super liquidi (ETF core, conti deposito a vista, BOT brevi). È quella che ti permette di non svendere il resto quando serve cassa.

Infine, fai manutenzione: una volta a semestre rivedi la liquidità di portafoglio. Gli strumenti cambiano, i market maker pure, e ciò che era scambiato ieri può diventare sottile domani. Non è teoria: è la differenza tra subire il mercato e gestirlo.

Davide Ghetti

Davide, millennial romano, ha vissuto per anni in condivisione con altri ragazzi imparando ogni trucco per abbattere i costi e raggiungere i propri obiettivi (viaggiando o investendo per passione). Ha fondato un piccolo gruppo locale per il baratto e lo scambio di servizi tra giovani adulti.